La genetica ci dà le carte, ma siamo noi a giocarle

“La genetica ci dà in mano carte più o meno buone, ma la partita è tutta da giocare”, spiega il dottor Antonio Nicolucci, dell’Istituto Mario Negri Sud di Chieti, in un colloquio con il portale dell’Associazione Medici Diabetologi. Un’efficace metafora a ricordarci come il “destino” della nostra salute abbia, certo, un tracciato che parte dal “Dna”, ma poi siamo noi a scriverne largamente il seguito, con i nostri comportamenti.

 

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Ci sono naturalmente eccezioni, persone che seguono stili di vita eccellenti – ad esempio non fumano, bevono poco alcol, osservano una dieta equilibrata, fanno sport – ma incorrono ugualmente in gravi malattie. Tuttavia, sui grandi numeri, la realtà è costruita dalla prevenzione, in particolare nell’ambito delle patologie cardiovascolari. Che, nota Nicolucci, rappresentano in Italia “il pericolo numero uno: ogni anno circa 90 mila persone muoiono prima dei 65 anni e 193 mila prima dei 75, e ine 4 casi su 10 a causa di ictus o infarti”.

 

Una strage, dunque, il cui colpevole è acclarato: secondo l’osservatorio globale “Interheart”, oltre il 90% degli attacchi cardiaci è legato a “fattori di rischio modificabili”. “Fumi? Il rischio aumenta di tre volte – specifica l’epidemiologo - Hai il diabete e non lo controlli? Il rischio raddoppia, esattamente come accade se hai la pressione alta. Hai troppi grassi nel sangue? Il rischio quadruplica”. E se sommiamo tutto questo, aggiungendoci anche un po’ di sovrappeso e di stress, si arriva a un “rischio aumentato di 333 volte”. In altre parole, “dopo i 50 anni ciò equivale alla quasi sicurezza di avere un infarto e ictus entro cinque anni”.

 

Detto questo, la genetica non può esser d’aiuto quantomeno per individuare altri fattori di rischio o diagnosticare tempestivamente una malattia? Il genetista Giuseppe Novelli ricorda, per la Fondazione Veronesi, i risultati epocali raggiunti su patologie e anomalie prenatali (quali la fibrosi cistica e la sindrome di Down), e anche i test genetici relativi ad alcune forme oncologiche. Per il resto, però, permangono almeno due tipi di limiti. Anzitutto, spiega Novelli, “nonostante il progresso scientifico abbia fatto passi avanti consentendo nuove e preziose informazioni, indice di particolari sintomi e future manifestazioni di malattia, non ha poi la possibilità per agire su di esse per ripristinare o modificare un errore genetico”, tranne poche eccezioni, quali l’emofilia.

 

Inoltre, laddove emerge un fattore di “predisposizione” a una malattia, verso il quale non sono possibili interventi di prevenzione o di cura, il fatto di “conoscerlo” può avere un effetto solo demotivante per il soggetto, nota ancora Novelli, “fino alla più profonda depressione”. Che rappresenta essa stessa una fonte di “rischio”. Per quel che riguarda in particolare l’ambito cardiovascolare, meglio allora rivolgere la mente e il corpo ai “fattori modificabili” che incidono per il 90%: uno stile di vita sano, foriero anche del buon umore.

 

FONTI:

aemmedi.it

clinchem.aaccjnls.org

phri.ca

fondazioneveronesi.it