Disfunzione erettile, la risposta non è la vergogna ma la terapia

Molte donne lamentano che il loro uomo si cura poco, e sovente hanno ragione. Uno dei “casi-limite” è quello della “disfunzione erettile”, termine medico per la cosiddetta “impotenza”, che peraltro non coinvolge solo la sfera del “piacere” di coppia, essa stessa peraltro culturalmente e colpevolmente spesso negletta. Si tratta di una vera e propria patologia, con diverse possibili cause che meritano, tutte, di essere indagate, anche perché possono essere curate, o quantomeno “trattate”. Di più, può essere un campanello d’allarme circa la presenza di fattori di rischio d’altra natura, sicché il tema va ben al di là della legittima esigenza di “prestazione”.

 

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Il problema è diffuso in tutto il mondo con punte di prevalenza in alcuni Paesi che sfiorano il 50%. In Italia si scende parecchio, ma coinvolge comunque almeno tre milioni di uomini, e si tratta probabilmente di una stima “ottimistica”, che svela piuttosto il fenomeno dei tanti che, per qualche forma di pudore, preferiscono comprimere il problema nel silenzio.

Le cause possono essere come detto molteplici. Può esserci un problema “psicogeno” (ansia, stress, depressione), che tra l’altro ne spiega l’ampia presenza tra i giovani. Ma può essere anche “organico” (alterazioni ormonali - diffuse invece soprattutto in età avanzata - del sistema nervoso, delle arterie o delle vene peniene). E ancora, la ragione può essere “iatrogena”, ossia come effetto avverso di alcuni farmaci (come gli antidepressivi) o in conseguenza di qualche intervento, come la prostatectomia radicale.

Sul “come curarsi” è utile ricordarsi che a tali variabili vanno aggiunti fattori di rischio che ricadono sulla sfera dei cosiddetti “stili di vita”, dalla sedentarietà all’obesità, dal fumo all’abuso di alcol. Da notare che sono fattori analoghi a quelli che alimentano l’esposizione a patologie cardiovascolari. Ebbene, non è una coincidenza, tant’è che la stessa disfunzione erettile è ritenuta, all’esito di riscontri scientifici, rivelatrice di possibili problemi cardiovascolari, al punto da poter anticipare, anche di anni, un eventuale evento maggiore quale l’infarto da miocardio.

Su come trattare la disfunzione, i farmaci di primo livello sono i cosiddetti “inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5”. I principi attivi sono, ad esempio, il “Sildenafil” o il “Tadalafil”, e garantiscono un effetto prolungato di alcuni giorni. Si tratta dei ben noti “Viagra” e “Cialis”, su cui si annuncia una buona notizia: il loro brevetto è andato in scadenza, sicché sono disponibili anche farmaci equivalenti a minor prezzo e uguale efficacia. Con un’avvertenza, che vale per tutti: l’aderenza terapeutica, qui più che mai negletta; circa la metà dei pazienti abbandona i farmaco dopo la prima assunzione. “Grave errore - spiega la Società Italiana di Urologia - perché solo dopo 8-10 somministrazioni questi farmaci raggiungono il massimo di efficacia, riducendo al massimo gli effetti collaterali”.

FONTI:
www.hsr.it
www.aboutpharma.com
www.repubblica.it
www.quotidianosanita.it
www.today.it