Diabete di tipo 2, nuovi “algoritmi” terapeutici, antichi criteri di prevenzione.

Il “tipo 2” è la forma di diabete più diffusa, costituendo il 90% dei casi. Ė tipico dell’età matura, ma può avere anche esordi assai precoci. Si caratterizza tra l’altro nel fatto di essere “non insulino-dipendente”, in quanto l’iniezione di insulina dall’esterno non è primariamente indicata. Il suo trattamento presenta correlativamente elementi di complessità e richiede periodiche verifiche, dal decorso nel singolo alle generali “linee guida” in relazione ai riscontri dalle diverse categorie di pazienti.

 

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Per affinare l’appropriatezza terapeutica sono stati quindi aggiornati gli “Standard di cura”, divulgati dalla Società Italiana di Diabetologia (Sid). Stabiliscono anzitutto una conferma, quella della centralità del ricorso alla “metformina” in tutti gli stadi, finché possibile, mentre vengono “retrocessi” altri medicinali in ragione dell'importanza dei loro effetti collaterali.

Quando la sola metformina non basta a mantenere un buon controllo metabolico e dei correlati rischi cardiovascolari va aggiunto un secondo medicinale. In linea generale, “sulla base del profilo complessivo di efficacia, tollerabilità e sicurezza, pioglitazone, inibitori DPP4, agonisti del GLP1 o inibitori di SGLT2 sono preferibili rispetto a sulfaniluree, glinidi o acarbose”, spiega il presidente della Sid Giorgio Sesti.

L'indicazione va naturalmente poi calibrata ed eventualmente modificata in relazione al singolo paziente, dalla presenza di eventuali comorbidità a variabili ulteriori quali l'obesità. Quando poi anche tale “politerapia” non fosse soddisfacente, è infine necessario ricorrere al trattamento con insulina, ma sempre mantenendo l'uso alla metformina, salvo controindicazioni o eventuali intolleranze.

Essa è dunque una costante, così come rimane essenziale l'ambito della prevenzione, dall'alimentazione all'attività fisica. I fattori genetici e ambientali sono sovente determinanti per l'innesco del diabete, ma un adeguato intervento sugli stili di vita conduce a una riduzione del 58% della sua incidenza. Lo ha documentato lo scienziato Jaakko Tuomilehto, premiato all'ultimo Congresso dell'European Association for the Study of Diabetes. Tale percentuale è stata conseguita tramite il Finnish Diabetes Prevention Study, che ha sperimentato 5 obiettivi, ritenuti capisaldi della prevenzione: perdita di peso del 5% o più, assunzione di grassi inferiore al 30% dell'energia consumata, assunzione grassi saturi meno del 10% dell'energia consumata, assunzione di almeno 15 g di fibre ogni 1000 chilocalorie e almeno 30 minuti di esercizio motorio al giorno.

FONTI:
www.diabete.com
www.aemmedi.it
www.diabete.net
www.affaritaliani.it
www.pharmastar.it