INFARTO

Definizione

Per infarto al cuore s'intende la morte del miocardio (il tessuto muscolare che costituisce la maggior parte del cuore stesso) per mancanza di ossigeno. Normalmente l’ossigeno viene trasportato al miocardio attraverso le Arterie coronarie. Quando una o più di queste arterie si chiude, non arriva più sangue e viene quindi a mancare l'ossigeno. Se questa mancanza è prolungata (a livello sperimentale si parla all'incirca di 40 minuti), si genera l'infarto. La zona danneggiata è sostituita da una cicatrice e non è più in grado di contrarsi. Questo evento può essere anche molto grave in quanto, per far arrivare il sangue ricco di ossigeno e nutrimento ai diversi organi (cervello, fegato, rene, eccetera) il cuore deve contrarsi nella maniera più normale e utile possibile.

Cause

Il restringimento e la successiva chiusura delle coronarie sono prodotti, nella stragrande maggioranza dei casi, dall'aterosclerosi.

  • Placche aterosclerotiche L’aterosclerosi comporta la progressiva perdita di elasticità delle pareti delle coronarie a causa del deposito, nella parete stessa, di grassi, colesterolo, cellule muscolari e altre sostanze (calcio, Piastrine, cellule infiammatorie, eccetera). Questi depositi costituiscono le cosiddette placche aterosclerotiche che, a seconda della loro dimensione, vanno a restringere più o meno ampiamente il passaggio del sangue all'interno del vaso.
  • Trombi In più del 90 per cento dei casi, l'occlusione totale della coronaria è dovuta alla deposizione di un Trombo su di una placca aterosclerotica che già restringeva parzialmente l'interno del vaso. Il Trombo non è altro che una specie di coagulo composto da grasso, calcio, Piastrine, cellule infiammatorie. Il Trombo può staccarsi dalla placca aterosclerotica stessa che ha subito una rottura, oppure nascere e crescere all'interno di una placca che ha subito una parziale lacerazione. In qualunque modo si formi, il Trombo va comunque ad occludere il Lume della coronaria e il sangue non arriva più al tessuto del cuore, con conseguente infarto.

Esistono tuttavia, anche casi di infarto in cui le coronarie sono sane, specie nelle donne. In questo caso si pensa che la causa sia legata allo Spasmo coronarico, cioè ad un'improvvisa, fortissima e prolungata contrazione di una coronaria che, pur non avendo nulla al suo interno che ostruisce il passaggio del sangue, improvvisamente si chiude e si riapre solo dopo che il tessuto cardiaco è andato incontro alla morte (necrosi).

Sintomi

Quando il cuore soffre a causa della completa mancanza di ossigeno in una determinata zona, compaiono sintomi di diverso tipo che è comunque opportuno riconoscere in fretta, in quanto più precoce è il ricovero tanto migliore sarà la sopravvivenza. I sintomi principali cui prestare attenzione sono sicuramente:

  • dolore al torace, di solito particolarmente intenso dall'inizio, non varia di intensità ed è di lunga durata (può durare anche per ore, importante è comunque sottolineare che il persistere del dolore per più di 5-10 minuti deve fare sospettare immediatamente l'infarto). Si può irradiare alla mandibola, alle spalle, al collo, alle braccia oppure a un braccio, specie il sinistro
  • senso di oppressione (quello che viene definito senso di morte imminente)
  • senso di peso a livello toracico
  • a volte un senso di bruciore al petto.

Questi sintomi sono spesso associati a nausea e/o a vomito in un paziente che si presenta sofferente, agitato, con i battiti al polso frequenti e difficilmente rilevabili, con difficoltà a respirare normalmente, che suda freddo e che può addirittura svenire.

Evoluzione Il danno provocato dalla morte del tessuto cardiaco determina un cattivo funzionamento del cuore stesso. Se il danno è esteso, il cuore non riesce più a pompare il sangue necessario agli altri tessuti e si arriva ad avere uno stato di shock con rapida caduta della pressione, mancato passaggio di sangue a tutto il resto dell'organismo e morte. Il cuore può addirittura rompersi (tamponamento cardiaco) se l'infarto è talmente esteso da interessare tutta la parete dall'interno all'esterno. Il cuore può anche smettere di battere perché l'infarto ha colpito una parte specializzata di tessuto cardiaco detta tessuto di conduzione. Questa è, in pratica, la parte elettrica del cuore che fa da interruttore affinché tutte le parti del cuore si contraggano e rilascino con la giusta sequenza. Interrompere questo circuito significa alterare la frequenza e il ritmo (aritmie) con cui il cuore batte fino, eventualmente, ad arrestarne l'attività. Nelle ore successive all'infarto il ventricolo, una delle quattro parti in cui scorre il sangue all'interno del cuore, inizia ad aumentare di volume per compensare la parte danneggiata che non si contrae più. Se la parte di cuore danneggiata non è estesa, l’espansione del cuore dopo un po' si arresta, la situazione si normalizza e il cuore ricomincia a funzionare in maniera pressoché normale. Se l'infarto, invece, è stato grave e non si instaurano le adeguate terapie, il ventricolo continua ad aumentare e a rimodellarsi, finché, a distanza di 6-8 mesi, il cuore cambia forma, diventa sferico e, in queste condizioni, non è più in grado di pompare efficientemente il sangue. S'instaura quella che viene definita insufficienza cardiaca, ossia una malattia in cui appunto il cuore non è più in grado di soddisfare i fabbisogni di sangue (e quindi di ossigeno e di sostanze nutritive) degli altri organi.

Diagnosi

L'esame clinico del paziente (ovvero la visita da parte del medico) è fondamentale: il medico farà domande che permettano di individuare la presenza di fattori di rischio. Ascoltando il cuore possono essere presenti dei tipici rumori, diversi dalla normalità.

L'elettrocardiogramma è fondamentale nella diagnosi di infarto in quanto vi sono delle alterazioni tipiche delle normali onde che lo compongono. A volte però, soprattutto nelle fasi iniziali, tali alterazioni non sono così evidenti o addirittura il tracciato dell'elettrocardiogramma è normale. Nel miocardio sono presenti normalmente alcune sostanze (enzimi miocardici specifici) che, nel momento in cui il tessuto muore, si riversano in grande quantità nel sangue. Queste sostanze sono le creatininfosfochinasi (CPK), in particolar modo l’isoenzima MB (tipico del tessuto cardiaco); la mioglobina; la troponina T e troponina I. L'Enzima più importante è sicuramente il CPK-MB che, se rimane normale per 24 ore, esclude la diagnosi di infarto.

Utilizzando delle tecniche radiografiche e di medicina nucleare denominate SPECT e PET, è possibile visualizzare esattamente le aree di miocardio ancora vive, quelle definitivamente morte e quelle che, pur stando per morire possono essere ancora salvate

Cure

Nel caso in cui capiti di dover soccorrere una persona che potrebbe aver avuto un infarto, è fondamentale mantenere la calma.
Per prima cosa, occorre chiamare immediatamente i soccorsi, spiegando l’urgenza della situazione: infatti, prima il paziente giunge in ospedale, migliore sarà la Prognosi.
Se il malato è cosciente, è importante cercare di tranquillizzarlo e invitarlo a stare fermo, per non sottoporre l’organismo a un ulteriore sforzo. Se la persona ha freddo, può essere d’aiuto coprirla.
Una volta in ospedale, il paziente infartuato può ricevere tutte le cure e l’assistenza di cui ha bisogno.
Gli interventi variano a seconda della gravità della situazione e delle problematiche presenti. I medici stabiliranno se e quali farmaci somministrare e se è il caso di intervenire chirurgicamente.

FAQ

Che cosa si deve fare se si sperimentano i sintomi?

È necessario chiamare un'ambulanza e farsi condurre al più vicino ospedale. Al giorno d'oggi esistono terapie che possono bloccare un infarto e ridurre significativamente la mortalità e le complicazioni. Nell'infarto miocardico la mortalità precoce è alta e il monitoraggio pressorio ed elettrocardiografico così come la riperfusione nelle prime ore sono fondamentali.
Si parla di riperfusione per descrivere il processo di ricanalizzazione, riapertura di un vaso occluso da un trombo o con farmaci o con interventi coronarici percutanei.
I pazienti con infarto del miocardio devono essere ricoverati in unità di terapia intensiva coronarica così come i pazienti con angina instabile (dolore al petto a riposo o per sforzo lieve) dal momento che anch'essi sono a rischio di progressione nell'infarto miocardico. La riperfusione immediata è indicata in tutti i pazienti con sintomi di dolore e quadro elettrocardiografico di infarto miocardico acuto nelle prime 6-12 ore dall'insorgenza dei sintomi. Più il tempo passa e meno è il beneficio che si può trarre dalle terapie.

Come si manifesta un infarto?

L'infarto miocardico acuto occorre con ritmo circadiano, cioè tende a manifestarsi più di frequente in certe ore del giorno; le ore in cui si verifica la maggiore incidenza sono tra le 6 della mattina e mezzogiorno o entro poche ore dal risveglio. Ciò è probabilmente dovuto all'attivazione delle catecolamine.
Il dolore precordiale è la manifestazione più classica e più importante. Il dolore tipico dell'infarto miocardico è descritto come un senso di oppressione o pressione retrosternale che si irradia più comunemente al braccio e alla spalla sinistra. Si può verificare anche irradiazione del dolore alla mandibola, arcata dentaria inferiore, collo, braccio o spalla destra, regione interscapolare o epigastrio.

Sintomi che comunemente si associano sono: sudorazione profusa, giramento di testa, nausea, vomito, senso di malessere e debolezza. Episodi di dolore al petto si verificano diverse ore o giorni prima dell'infarto nel 40-60% dei casi. Le manifestazioni più comuni di presentazione di un infarto miocardico dopo il dolore al petto sono le difficoltà espiratorie, dolore addominale e sintomi gastrointestinale (nausea, vomito, senso di indigestione).
Episodi isolati di nausea o vomito e palpitazioni, possono essere manifestazioni iniziali dell'infarto miocardico. In una minoranza significativa (25%) la presentazione è senza alcun disturbo o con disturbi così atipici da passare inosservata.

Con quali farmaci si effettua la trombolisi?


I farmaci più usati sono il TPA (tissue plasminogen activator o attivatore tissutale del plasminogeno), una sostanza presente normalmente anche nel nostro organismo e la Streptokinasi, un enzima di origine batterica.

Cos’è la trombolisi?

La trombolisi è una terapia endovenosa basata sull’impiego di farmaci capaci di sciogliere il coagulo di sangue (formato da Piastrine e Fibrina) detto trombo che si crea all’interno delle coronarie e causa l’infarto acuto.

Cosa si può fare se la terapia non ha effetto per minimizzare i danni dell’infarto?


A questo punto il cardiologo deve decidere se ripetere la terapia trombolitica o inviare il paziente al laboratorio di emodinamica (per un eventuale angioplastica coronarica) o in sala di cardiochirurgia. Si tratta talora di una decisione estremamente critica se il danno causato dall’infarto è ingente.

La trombolisi può essere applicata a tutti?

No, esistono delle controindicazioni assolute (cioè casi in cui assolutamente non si deve impiegare la trombolisi): ad esempio, una storia di ictus emorragico; la presenza di un’emorragia importante, in atto o avvenuta nei mesi precedenti; una recente operazione chirurgica: è compito del medico determinare se esistono controindicazioni assolute o relative, e in quest’ultimo caso valutare il rapporto rischio/beneficio.

La trombolisi può essere effettuata in qualsiasi pronto soccorso?

Praticamente sì, anzi in alcuni centri le ambulanze cardiologiche sono attrezzate per eseguire la trombolisi prima dell’arrivo al pronto soccorso.

Quando deve essere effettuata la trombolisi?

Il prima possibile. I benefici della trombolisi sono massimi se viene iniziata molto precocemente. Dopo sei ore l’efficacia di questa terapia è soltanto marginale.

Quanto è efficace la trombolisi?


Applicata entro le sei ore dalla comparsa dei sintomi dell’infarto acuto, la trombolisi è in grado di dimezzare La mortalità portandola sotto il 10%.