Celiachia, bene la prevenzione, male i falsi miti.

Il “gluten-free” è un imperativo categorico per i celiaci, eppure il boom nel suo utilizzo, anche tra le persone non affette, denota una catena di falsi miti, che coinvolgono l’ambito alimentare quanto la natura della patologia stessa. Se n’è parlato a maggio in un Congresso a Rho, nell’ambito della Settimana Nazionale consacrata al problema, col notevole merito di fare un bel po’ di chiarezza su diversi concetti di fondo, pericolosamente travisati.

Equivoci che determinano un paradosso di fondo: in Italia i celiaci sono sotto-diagnosticati, ossia se ne stimano almeno 600mila mentre sono accertati solo 190mila, sicché il 70% neppure sa di avere il disturbo, al contrario il 99% delle persone, che non sono celiache, fanno sempre più l’errore di adottare la dieta senza glutine, che invece, come documentato tra l’altro da una recente ricerca pubblicata sul British American Journal, non reca alcun beneficio per i sani, i “celiaci per moda”, anzi semmai li può danneggiare.

Tra i “falsi miti” emersi al Congresso lombardo c’è quello che minimizza la celiachia a un’ordinaria “intolleranza” o una sorta di “allergia”, mentre si tratta di una vera e propria malattia autoimmune, che consiste nell’infiammazione cronica dell’intestino tenue, provocata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti. Non è poi vero che questo si scateni necessariamente da piccoli, essa può manifestarsi anche in età adulta. Solo per i primi, peraltro, può diagnosticarsi senza una gastroscopia, facendo cioè leva solo sulla compresenza di quattro criteri internazionalmente riconosciuti (sintomatologia, predisposizione genetica, eccesso – 10 volte oltre la normalità - di anticorpi anti-transglutaminasi IgA, positività a quelli anti-endomisio).Ancora, va chiarito che la celiachia è al momento una condizione cronica, definitiva, sicché non esiste alcun farmaco per curarla.

I medicinali sono utili nei confronti di una serie di eventuali complicanze avverse, che possono coinvolgere, oltre all’esteso ambito dei disturbi gastrointestinali, anche l’anemia, l’osteoporosi, aborti ricorrenti e altro, i quali a loro volta possono scatenarsi proprio quando si sgarra con la dieta senza glutine, l’unica “terapia” possibile per i celiaci.Su di essa si è quindi mosso anche il Servizio Sanitario Nazionale che, ricorda il presidente dell’Associazione Italiana Celiachia Giuseppe Di Fabio, “eroga i prodotti dietetici senza glutine fino a un tetto massimo di spesa pari, in media,  a 90 euro/mese per paziente”. Inoltre si sono adeguate centinaia di scuole, e anche, su iniziativa delle associazioni stesse e degli esercenti (specie nel centro-nord), migliaia di ristoranti. Sono però “tutele fondamentali che rischiano di essere messe in discussione dal diffondersi della moda del senza glutine tra i non celiaci, che svilisce e banalizza la malattia e le difficoltà di chi ne soffre realmente, la moda dei cibi gluten-free può portare a ritardo o a mancate diagnosi”, avverte Di Fabio. Sia dunque chiaro: le persone sane che scelgono il “gluten-free” fanno un gesto vano sia per se stessi sia per il proposito una sorta di “empatia” con i celiaci veri, che anzi vengono infine danneggiati da tale scelta.

 

Fonti

Associazione Italiana Celiachia

British Medical Journal

Coeliac Society of Ireland

Io Donna